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Ci sono ancora i fascisti? una domanda “retorica“ alla quale bisogna rispondere con forza e con azioni complesse e risolute, per realizzare un’efficacia reale e concreta dell’antifascismo

no fascismodi Carlo Smuraglia  (da ANPInews n. 230 – 17/24 gennaio 2017)

Capita spesso di leggere su qualche organo di stampa o di sentire in qualche discorso che l’antifascismo non ha più ragion d’essere, perché i fascisti non ci sono più. Affermazioni sorprendenti e non del tutto disinteressate, che sembrano provenire da abitanti della luna.

Infatti, se – in questi tempi tumultuosi – il fascismo (quello con la camicia nera) può apparire lontano nel tempo e perfino superato, la verità è ben altra e certamente più complessa. Non solo il fascismo non è morto, se non altro perché bisognerebbe averci fatto i conti fino in fondo, per poterlo dichiarare estinto (e in Italia siamo ancora molto lontani da questo obiettivo) ma anche perché di fascisti nell’anima, nel pensiero e nell’azione ce ne sono non pochi; e poi ci sono i nazifascisti, i fascisti “del terzo millennio”, i fascisti che non si dichiarano tali, ma in realtà lo sono anche se camuffati da associazioni culturali e sociali. Il fascismo, infatti, non lo si può collocare solo in uno specifico contesto storico, ma è quello che – sotto il profilo dell’autoritarismo, della negazione della libertà, del razzismo – si profila in mille forme, ma alla fine, è pur sempre, e agevolmente, riconoscibile.

Si potrebbe dire che il fascismo, come fenomeno teorico e pratico, è tutto il contrario dell’intera Costituzione italiana, un modo di pensare e di essere che non corrisponde in alcun modo ai valori di fondo della nostra democrazia e della nostra Carta fondamentale. Quindi, l’allarme e la vigilanza devono essere molto forti, tra coloro che amano la democrazia, perché si tratta di un pericolo sempre in agguato e sempre concreto, anche per l’aiuto che riceve, in termini morali, proprio da coloro che ne sostengono, ormai, l’inesistenza.

Un grande storico ammoniva, tempo fa, che la storia raramente si ripete nelle stesse forme, ma guai a non “conoscerla” fino in fondo, perché i fatti possono presentarsi in forme apparentemente diverse e ingannevoli e dunque bisognerebbe essere sempre pronti a prevenire e reagire. Insomma, in linea di principio, bisogna diffidare di chi sostiene che ci sono ben altri problemi, nel mondo, al di fuori e al di là del fascismo. Nel senso cui ho accennato più sopra, di fascismo – anche facilmente identificabile – ce n’è più che abbastanza in Italia, in Europa e nel mondo. Bisogna conoscerlo e capirlo fondo in fondo, anche e soprattutto per vaccinarsi e creare gli antidoti.

Poi, c’è anche il fascismo praticamente dichiarato, perché non esita, comunque si denomini, a comportarsi come tale, utilizzando spesso simboli, insegne e atteggiamenti tipicamente riconducibili al fenomeno italiano del tragico ventennio.

Lo sa bene Milano che – a dispetto della sua Medaglia d’oro per la Resistenza – è terreno privilegiato per scorribande nazi-fasciste, a cui le Istituzioni contrappongono una resistenza molto modesta e talora inesistente. Milano, in cui non basta più neppure la presa di posizione del Sindaco, per indurre i responsabili dell’ordine pubblico a vietare una manifestazione fascista. Milano, in cui si è svolta, proprio nei giorni scorsi, una manifestazione di “Forza Nuova”, collocata, addirittura, per una improvvida decisione del Questore, in un luogo monumentale della città (Arco della Pace) ad elevata visibilità.

Lo sanno bene tante altre città (un solo esempio: Roma, dove è stata distrutta “da ignoti” una targa in memoria di Giacomo Matteotti, ucciso dai fascisti!), tanti altri luoghi, in cui le esibizioni di simboli fascisti, i richiami al “Camerata, presente” sono pressoché giornalieri. Con alcuni Magistrati che non ci trovano nulla di male, in queste esibizioni, a dispetto di diverse sentenze della stessa Corte di Cassazione, secondo le quali basta il saluto romano per costituire almeno uno dei reati previsti dalle leggi Scelba e Mancino.

Ma non basta. Ci sono luoghi in cui operano gruppi, più o meno consistenti, che oltraggiano i sacrari della Resistenza, provocano continuamente, con atti, gesti e iniziative di netto stampo nazi-fascista. Recentemente, uno di questi gruppi (DO.RA, nel varesotto) è arrivato a proporre una “petizione per lo scioglimento dell’ANPI e processare per crimini di guerra i partigiani ancora in vita” (v. il significativo e dettagliato articolo di Paolo Berizzi, su Repubblica.it, del 12 gennaio “Varese: viaggio tra saluti nazisti e croci runiche nella comunità che nega l’olocausto”).

Una provocazione certo, che sfiora il ridicolo, a prima vista; se però ci riflettiamo, non giustifica in alcun modo il distacco, il disinteresse delle Istituzioni: su quella “comunità” (Dodici Raggi) ci sono state denunce all’Autorità giudiziaria, c’è un’interrogazione dei parlamentari Fiano, Marantelli e Cimbro (senza risposta, almeno per ora), ci sono prese di posizione e iniziative reiterate dell’ANPI di Varese. Nel silenzio delle Istituzioni, ci stiamo organizzando, assieme all’ANED e ad altre Associazioni democratiche e antifasciste, per realizzare alcune azioni che rendano chiaro che c’è poco da sorridere, semmai c’è da intervenire perché le “provocazioni” non continuino e si manifestino in maniera sempre più baldanzosa.

Infine, ancora due esempi di persistenza e serietà del fenomeno: ci sono città in cui liste fasciste hanno partecipato alle elezioni ed ottenuto rappresentanti nei Consigli comunali. C’è, inoltre, la reiterazione degli attacchi all’ANPI, considerata come il peggior nemico. Non solo si è sostenuta la proposta di scioglimento di cui si detto, ma nello stesso tempo, dal palco di Piazza Sempione, dove ha parlato un personaggio ben noto (Fiore) si è levata la richiesta di togliere all’ANPI i mezzi di “sostentamento “, cioè i contributi statali (peraltro assai modesti). Anche questo è significativo, per dimostrare quanto sia errata la tesi di un fascismo superato e comunque ridotto a un simulacro di scarso rilievo. Tutto è finalizzato non solo ad incrementare e rendere evidente la presenza “fascista”, ma anche ad indebolire e vanificare la forza del contrasto da parte dei cittadini e delle Associazioni democratiche

C’è una discussione in atto, anche a sinistra, se siano ancora utili le contro-manifestazioni e i presìdi, o non sia preferibile lo scontro diretto, l’occupazione dei luoghi dove dovrebbero radunarsi e manifestare i fascisti. Sotto quest’ultimo profilo, abbiamo detto da sempre che lo “scontro diretto” non serve e non aiuta, non solo perché non si può pensare di farsi giustizia da sé, ma anche e soprattutto perché i risultati sarebbero, come lo sono stati in alcune occasioni, negativi, perché i fascisti diventerebbero “vittime”, e un certo numero di manifestanti finirebbero manganellati dalla Polizia e magari assicurati al carcere. In più e soprattutto, perché in questo modo non conquisteremmo alla causa un cittadino, non smuoveremmo gli inerti, non convinceremmo quelli che si considerano “neutrali” e metterebbero tutti nel mucchio selvaggio, fascisti e antifascisti.

I presìdi, le contro-manifestazioni sono atti legittimi e necessari, che certamente servono a non lasciare campo libero ai fascisti e a dimostrare che c’è chi crede nei valori della Costituzione e non è disposto a riportare l’Italia indietro di quasi un secolo.

Tuttavia, bisognerà ripensare anche le modalità dei presìdi, per evitare che essi si risolvano solo nella protesta di alcuni, senza effetti concreti anche per il futuro. La funzione dei presìdi dovrebbe essere anche quella di coinvolgere i cittadini, di spiegare cosa è stato il fascismo, di sollecitare una presa di coscienza che – in molti – è ancora assente. Ed allora, è forse necessario accompagnarli con iniziative e manifestazioni che non si rinchiudano in una piazza, che sollecitino ricordi, facciano memoria, illustrino i pericoli cui si va incontro consentendo il ritorno dei fasci, dei saluti romani e delle simbologie fasciste e naziste.

Il presidio va ripensato in modo che non sia tanto in “difesa” quanto in attacco, anche culturale e politico, come dirò più avanti; va, forse, collegato a luoghi e sedi significativi e accompagnato da altre iniziative; insomma deve essere finalizzato non solo alla protesta, ma alla conquista di maggiori spazi per l’antifascismo. E deve essere, il presidio, anche strumento di pressione sulle Autorità, sulle Istituzioni, perché facciano appieno il loro dovere, secondo i dettami della Costituzione. È utile, da questo punto di vista, anche il coinvolgimento e il contatto con quei parlamentari locali che hanno preso posizioni precise e giuste, che hanno presentato disegni di legge che, purtroppo, non fanno passi avanti, o interrogazioni che attendono da tempo risposta.

Ma vi sono ancora altri aspetti, fondamentali, da considerare e da affrontare (in molti casi, l’ANPI lo sta facendo da tempo) con più decisione e maggior coinvolgimento anche di altre Associazioni democratiche. Ritengo che, a fianco di quanto detto più sopra, occorra anche una battaglia decisa e diffusa su un terreno che definirei culturale-politico, senza che qualcuno si permetta di ironizzare, come è accaduto – talora – nel passato.

Si tratta di una battaglia da portare avanti senza esitazioni e con tutti gli strumenti possibili, prima di tutto contro l’ignoranza storica, l’indifferenza e la scarsa sensibilità dei cittadini, ai quali va ricordato (o spiegato, se sono giovani o comunque ignari) che cosa è stato il fascismo e quali e quante sono le forme pericolose che esso può assumere nell’era contemporanea.

Questa battaglia va condotta con tutti i mezzi disponibili, con saggezza, precisione di informazioni, ricchezza di chiarimenti e di notizie. Una battaglia che deve investire tutti, ma deve rivolgersi soprattutto ai giovani, a quel grandissimo strumento di formazione alla “formazione“ che deve essere la scuola.

Un simile impegno risultava chiaro perfino dall’art. 9 della legge Scelba, e che nessuno, dico nessuno, si è mai degnato di applicare.

Questa azione va potenziata, chiedendo anche agli organi di informazione e di comunicazione di fare la loro parte, alle Istituzioni di considerarla come un impegno programmatico, alle Associazioni democratiche di inserirla fra le priorità.

Poi c’è il secondo aspetto, quello del ruolo delle istituzioni che non dimostrano di avere l’antifascismo tra le loro priorità, che non riescono a ragionare se non in termini di ordine pubblico (al più!), che non fanno rispettare ed applicare le leggi esistenti (esistono, eccome, se la stessa Corte di Cassazione le ha applicate più volte), che non intervengono con leggi nuove, se quelle esistenti non appaiono sufficienti, per impedire anche la vendita propagandistica di gadget fascisti e la possibilità di presentare liste elettorali di netta marca fascista. Ricordiamoci che lo stesso ruolo “formativo” che abbiamo attribuito alla scuola, anche sul piano dell’antifascismo e della democrazia, non può essere lasciato all’iniziativa di insegnanti particolarmente attenti e sensibili, oppure all’iniziativa dell’ANPI e di altre Associazioni, ma rientra tra i compiti fondamentali dello Stato. Le formulazioni legislative non bastano se non c’è una politica scolastica con una direzione precisa: preparare i giovani alla “cittadinanza attiva”, per la quale occorrono conoscenze storiche precise e soprattutto consapevolezza e riconoscibilità dei valori fondamentali della nostra democrazia.

È proprio in questa direzione che ci stiamo muovendo da tempo, con un protocollo d’intesa col MIUR che, peraltro, ha bisogno di essere attuato con maggiore energia anche da parte degli organismi ministeriali e diventare più “diffuso”, riuscendo a raggiungere tutte le scuole e non solo alcune “privilegiate”.

È su queste linee più ampie e molteplici che occorre muoversi, allargando il fronte antifascista, facendo di questo Stato un vero Stato antifascista, come vuole la Costituzione, pretendendo il rispetto delle leggi già esistenti e il loro miglioramento e potenziamento, ove occorra.

Insomma, ci vuole un’azione globale, tale da coinvolgere le Associazioni democratiche, le istituzioni statuali, regionali e comunali, la “cultura” complessiva dei cittadini per la piena conoscenza e il massimo rispetto per una Costituzione che è intrinsecamente e profondamente antifascista.

Aggiungo, infine, una considerazione che, in realtà, deve essere, ormai, alla base di tutto: bisogna rilevare che ogni manifestazione di fascismo è stata sempre contrassegnata anche da razzismo (basta ricordare la persecuzione degli ebrei realizzata in Italia non solo con le leggi liberticide del ‘39, ma ancora durante la vigenza della così detta “Repubblica di Salò”), e convincerci che oggi più che mai, fascismo e razzismo procedono di pari passo, con un legame spesso intrinseco, a volte perfino inconsapevole da parte di qualcuno, ma sempre esistente nei fatti.

L’esplosione di egoismo e di razzismo in atto in Europa (ma per alcuni versi anche in Italia), favorita ed incoraggiata da un fenomeno drammatico e inarrestabile come quello delle migrazioni di massa, non può essere etichettata, subito e solo, come “fascista”, ma ha in sè tutte le premesse dell’autoritarismo e dunque anche del “fascismo”, quello di sempre e non solo quello delle “camicie nere”.

Tant’è che diversi Paesi, in cui quei sentimenti sembrano prevalere, è quasi immediato lo spostamento a destra delle Istituzioni governative e parlamentari; una destra che ha pochissimi connotati della destra conservatrice tradizionale e moltissimi, invece, coincidenti con autoritarismo, populismo, negazione della libertà e dell’uguaglianza.

Anche di questo bisogna tenere conto, nell’azione antifascista. Non a caso, la stessa Corte di Cassazione, applica rigorosamente la legge “Mancino” a manifestazioni, iniziative e simbologie fasciste, individuando una chiara compenetrazione di due fenomeni solo apparentemente distinti. Bisogna aver chiaro anche questo aspetto e tener conto di questa connotazione del “fascismo” che in questi tempi ha assunto e va assumendo dimensioni addirittura preoccupanti, per la loro estrema pericolosità.

Anche su questo piano, un’azione non solo di denuncia e protesta contro i fatti più eclatanti, ma di carattere culturale-politico è essenziale, se non vogliamo che le varie tipologie si sommino tra di loro e rendano ancora più difficile conservare al nostro Paese quel connotato essenziale di democraticità che la Costituzione gli assegna in modo inequivocabile.

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